L’arte di comunicare

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Suggerimenti, esempi e situazioni di vita per migliorare la comunicazione, con un’attenzione particolare al dialogo, che viene incontro al nostro desiderio di essere compresi e di comprendere e facilita la gestione dei conflitti.

La parola è accompagnata anche da altri mezzi di comunicazione, di cui trovate qui esempi e casi pratici: il linguaggio del corpo, dei gesti, del comportamento, la comunicazione scritta.

Completano il panorama annotazioni di psicologia e l’esame delle emozioni che accompagnano le nostre relazioni.

 

Scrivere a mano attiva molte più aree cerebrali rispetto alla battitura di testi con il pc. Perché nel primo caso gli occhi e i movimenti della mano assistono e contribuiscono alla graduale creazione della lettera, cosa che non avviene quando si usa la tastiera. Lo hanno mostrato neurofisiologi norvegesi e francesi. Il pc non può sostituire l’unicità dello scrivere a mano. Quando poi la grafia è anche bella, chi legge ne ricava anche un piacere. Insegnare ai bambini e incoraggiare i ragazzi a scrivere bene a mano, li mette in condizione  di ricevere più stimoli al cervello e offre loro una possibilità in più di relazione con gli altri perché le parole tracciate dalla penna esprimono la propria personalità e confezionano un messaggio “personalizzato” per chi lo riceve.

Fonte: F. Cerati, Perché la calligrafia non deve morire, Nova-Il Sole 24 Ore,  01.09.13

Le persone super-critiche sono quelle che accumulano materiale in abbondanza su quello che gli altri “non” sono e “non” hanno fatto.

Potrebbero scrivere dei libri sul “non” riguardo agli altri. E’ curioso dedicarsi a quello che “non c’è” negli altri e, magari, amareggiarsi. E’ come chiudere gli occhi davanti a un film e lamentarsi delle scene che ci sarebbero potute essere; avere sete, avere acqua e protestare per l’assenza dell’aranciata; guardare la statua della libertà e pensare che forse sarebbe andato meglio il braccio orizzontale; il Colosseo? Perché non aver costruito al suo posto dei bagni pubblici?

Se ascoltiamo i giudizi di queste persone e ci crediamo siamo spacciati. Sono bravissimi a farci sentire in colpa perché richiamano la nostra attenzione su quello che “non” abbiamo fatto, su quello che “non” è accaduto. E noi, forse un po’ preoccupati, cerchiamo di capire come mai “non” abbiamo pensato di fare quella cosa che l’altro ha pensato. Ci avviamo a un percorso fuori strada, con strettoie, salite ripide, improvvise curve a gomito, sobbalzi. Se dipendiamo dai loro giudizi, ci complichiamo la vita.

Può anche accadere che diventiamo noi super-critici di noi stessi. Sostituiamo a una sana coscienza, un tribunaletto con un giudice (il nostro io) acido e risentito che ci punta il dito addosso ogni volta che facciamo qualcosa al di sotto delle nostre aspettative, oppure che drammatizza ogni piccolo errore.

Più che cercare di ignorare le lamentele esterne o interne a noi, possiamo provare a esagerarle ancora di più per mettere in luce la loro inadeguatezza. Si alza il sipario di un teatrino allestito nella nostra immaginazione con un pubblico che fischia, urla, dà in escandescenze non appena sbagliamo a dire una parola. Inoltre possiamo dialogare con le lamentele, esponendo con calma le nostre ragioni, sia che il brontolio provenga da vicini, sia che abbia origine nella nostra mente.

Marco Manica

Elisabetta non arriva allo scaffale alto della cucina per prendere la scatola dei biscotti. Prende uno sgabello e lo piazza a ridosso del mobile, sale sopra, si allunga verso l’alto…ma non arriva ancora. Punta i piedi ed ecco che le dita della mano sono arrivate alla scatola. Ma l’equilibrio è molto instabile, lo sgabello si è inclinato un poco, scivola via e con lui fa precipitare Elisabetta a terra assieme alla scatola di biscotti che si apre. Tonfo sordo, fracasso metallico di sgabello e scatola di latta, urla a domicilio. Accorre spaventatissima la mamma Carla. “Cosa succede?!!....Cosa hai fatto?”, domanda, come se non fosse evidente l’accaduto. I pianti sono ancora acuti, il dolore è pungente e diffuso. “Adesso stai lì per terra, così impari! Ma sei scema a salire in quel modo su quello sgabello che sta in equilibrio per miracolo?”.

C’è in tutti i condomini qualche vedetta che riesce, non si sa come, a sapere sempre l’ultima su tutti. Notizie che poi, come un’agenzia di stampa efficientissima, spettegola a tutto il vicinato. Uomini e donne non fanno troppa differenza, il gossip tenta la curiosità di tutti. Gli psicologi sociali dicono che non è per forza qualcosa di male, se ad esempio si divulgano notizie positive sugli altri e che non intacchino la loro privacy. Quando però si è sul posto di lavoro e si parla dei colleghi bisogna stare attenti perché si gioca con il fuoco.

Secondo una recente ricerca un professionista in media manda e riceve 108 mail al giorno. Un'altra attesta che il 28 per cento del nostro tempo lavorativo lo usiamo smaltendo delle mail. Senza contare i messaggi sms, whatsapp, messanger, twitter e via così. Il cosiddetto "email overload" sta diventando un problema serio per molti. Con alcune conseguenze sociali molto pratiche. Molti per esempio pensano che aver mandato una mail equivalga al fatto che il destinatario l'abbia letta, in tempo reale magari. E invece sempre più spesso non è così” (Riccardo Luna, Fermiamo l'overdose di mail, La Repubblica, 28.06.14). Chiediamoci più spesso se quello che stiamo per scrivere è veramente necessario o risponde solo a un impulso. Facciamo qualche telefonata in più, che tiene più viva la relazione rispetto allo scritto. E rinunciamo anche a puntualizzazioni inutili, ad avere l’ultima parola, alla replica della replica. Più leggeri, più sereni, più liberi, più tempo.

La redazione

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Giovedì, 23/11/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

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